lunedì 17 settembre 2007

Il cuore rivelatore



"E' vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso;
ma perche' dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha
distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso
dell'udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte
cose dell'inferno. Come puo' essere dunque che io sia pazzo? Ascoltatemi! E
osservate con quanta lucidita', con quanta calma io posso narrarvi per filo e
per segno tutto cio' che accadde.
 
E' impossibile dire come l'idea mi sia entrata per la prima volta nel cervello.
Ma non appena l'ebbi concepita mi ossessiono' notte e giorno. Scopo non ne
avevo. Odio neppure. Volevo bene al vecchio. Non mi aveva mai fatto del male.
Non mi aveva mai insultato. Non desideravo il suo oro. Credo fosse il suo
occhio! Si', fu proprio cosi'! Aveva l'occhio di un avvoltoio, un occhio
pallido, azzurro, coperto di una pellicola. Ogni volta che esso si posava su di
me il mio sangue si raggelava, e cosi' per gradi, oh, per gradi molto lenti, io
decisi di togliere la vita al vecchio, e sbarazzarmi cosi' per sempre di
quell'occhio.
 
Ora questo e' il punto. Voi mi credete pazzo, ma i pazzi non capiscono nulla,
mentre avreste dovuto vedere ME. Avreste dovuto vedere con quanta accortezza
procedetti, con quanta cautela, con quanta preveggenza, con quanta
dissimulazione mi misi all'opera! Mai fui cosi' gentile col vecchio come
durante la settimana prima che io l'uccidessi. E ogni sera, verso mezzanotte,
giravo il paletto della sua porta e aprivo l'uscio... oh, come piano! E poi,
una volta ottenuta un'apertura sufficiente perche' la mia testa potesse
passarvi, mettevo dentro una lanterna cieca, tutta chiusa, ben chiusa, in modo
che non ne uscisse nessuna luce, e poi spingevo innanzi il capo. Oh, avreste
riso nel vedere con quanta furberia lo insinuavo nell'apertura! Lo muovevo
lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio. Mi ci voleva un'ora
intiera per far passare tutta quanta la testa entro la fessura in modo da
poterlo vedere mentre giaceva sul letto. Ah! Un pazzo avrebbe agito con
altrettanta avvedutezza? Poi, quando tutta la mia testa era entrata nella
stanza, scoprivo la lanterna cautamente, oh, quanto cautamente, cautissimamente
(poiche' i cardini scricchiolavano) la scoprivo giusto quel tanto che mi
permetteva di far cadere un unico sottile raggio sull'occhio d'avvoltoio. E
questo feci per sette lunghe notti, esattamente ogni notte a mezzanotte, ma
trovavo l'occhio sempre chiuso, cosicche' mi era impossibile compiere la mia
opera, poiche' non era il vecchio che mi irritava ma il suo Occhio Maligno. E
ogni mattina, quando il giorno spuntava, entravo baldanzosamente nella stanza e
gli parlavo con audacia, chiamandolo per nome in tono cordiale, e gli chiedevo
come avesse trascorso la notte. Percio' capirete che avrebbe dovuto essere un
vecchio molto astuto per sospettare che ogni notte, a mezzanotte in punto, io
lo spiavo mentre egli dormiva. L'ottava sera fui piu' cauto del solito
nell'aprire la porta. Una lancetta da orologio dei minuti si muove piu'
rapidamente di quel che si muovesse la mia mano. Mai prima di quella sera avevo
SENTITO con tanta intensita' tutta la somma dei miei poteri e della mia
sagacia. Stentavo a trattenere la mia sensazione di trionfo. Pensare che io ero
li', ad aprire la porta a poco a poco, senza che egli neppure lontanamente
sospettasse le mie azioni o i miei pensieri segreti. Per poco non mi misi a
sogghignare, e forse egli mi intese, poiche' ad un tratto si mosse sul letto,
quasi risvegliato di soprassalto. Ma forse ora crederete che io arretrassi...
ma non fu cosi'. La sua stanza fittamente immersa nelle tenebre era nera come
la pece (poiche' le imposte erano saldamente chiuse e sprangate per timore dei
ladri): percio' ero certo che non mi potesse vedere nell'atto di aprire
l'uscio, e seguitai quindi a spingere la maniglia in avanti, sempre piu' in
avanti, senza esitazioni.
 
Gia' avevo messo dentro la testa, e stavo per aprire la lanterna, quando il mio
pollice scivolo' sul gancetto di metallo, e il vecchio balzo' a sedere sul
letto gridando: - Chi e' la'?
 
Rimasi perfettamente immobile e non proferii sillaba: durante un'ora intera non
mossi un solo muscolo, eppure in tutto quel tempo non lo intesi riadagiarsi.
Era sempre a sedere sul letto in ascolto... esattamente come avevo fatto io,
notte per notte, mentre ascoltavo gli orologi della morte rintoccare sulla
parete.
 
Infine avvertii un gemito sommesso, e compresi che era un gemito di terrore
mortale. Non era ne' un gemito di sofferenza ne' un gemito di dolore, oh, no!
Era l'ansito soffocato, contenuto, che si leva dal fondo dell'anima allorche'
questa e' sopraffatta dalla paura. Conoscevo bene quell'ansito. Piu' di una
volta, a mezzanotte in punto, quando l'universo intiero giaceva addormantato,
esso si e' levato dal mio petto, incupendo con i suoi echi spaventosi i terrori
che mi dilaniavano. Ripeto che lo conoscevo bene. Capivo quel che il vecchio
sentiva, e avevo pieta' di lui, benche' dentro di me sghignazzassi. Sapevo che
si era svegliato sin dal primo leggero rumore, allorche' si era rigirato nel
letto. Da quel momento i suoi timori non avevano fatto che crescere entro di
lui. Doveva aver tentato di giudicarli senza motivo, ma non gli era stato
possibile. Certo si era detto: "Deve essere semplicemente il vento nel
camino... oppure un topo che attraversa il pavimento", oppure: "forse soltanto
un grillo che ha trillato un'unica volta". Si', certo doveva essersi confortato
con queste supposizioni, ma doveva averle trovate tutte inutili. TUTTE INUTILI:
perche' la Morte, avvicinandosi a lui, era venuta avanzando entro la sua nera
ombra e aveva avviluppato la sua vittima. Ed era il lugubre influsso dell'ombra
invisibile che gli faceva sentire, benche' non potesse ne' udire ne' vedere,
che gli faceva SENTIRE la presenza della mia testa all'interno della stanza.
 
Dopo aver aspettato a lungo, con infinita pazienza, senza averlo udito
riadagiarsi, decisi di socchiudere, oh, appena appena, una sottilissima
fenditura nella lanterna. L'aprii dunque, non potete immaginare con quanta
cautela, sinche' un sottilissimo tenuissimo raggio, simile al filo di un ragno,
balzo' fuor della fenditura e cadde in pieno sull'occhio d'avvoltoio.
 
Era aperto, tutto aperto, completamente spalancato, e nel fissarlo la furia mi
invase. Lo vedevo distintamente, tutto di un azzurro opaco, con quell'odioso
velo che lo ricopriva e che faceva raggelare persino il midollo delle mie ossa;
ma non potevo vedere altro del vecchio, ne' della sua faccia, ne' del suo
corpo, poiche' avevo rivolto il raggio come per istinto proprio su quell'unico
maledetto punto.
 
E non vi ho forse detto che cio' che voi scambiate per pazzia altro non era che
una esasperazione dei miei sensi? Ebbene: ecco che ora le mie orecchie
percepirono un rumore sommesso, soffocato, veloce, simile a quello che fa un
orologio quando e' avvolto nel cotone. Anche QUEL suono, conoscevo. Era il
battito del cuore del vecchio. Questo aumento' il mio furore, allo stesso modo
che il rullare di un tamburo stimola il coraggio del soldato.
 
Ma anche allora mi trattenni e rimasi immobile. Respiravo appena. Tenevo la
lanterna ferma. Cercavo di vedere sino a che punto sarei riuscito a mantenere
immobile sull'occhio il raggio. Frattanto il tam-tam infernale del cuore
aumentava. Si faceva sempre piu' rapido e sempre piu' forte a ogni attimo. Il
terrore del vecchio DEVE essere stato infinito! Aumentava, ripeto, a ogni
istante! Mi seguite bene? Vi ho detto che sono nervoso: e' vero. E adesso in
quell'ora spenta e morta della notte, nel silenzio inverosimile di quella
vecchia casa, l'irreale rumore suscito' in me un terrore incontrollabile. E
tuttavia per altri lunghi minuti mi trattenni e restai immobile. Ma il battito
cresceva, cresceva! Mi parve che il cuore dovesse scoppiare. Ed ecco che una
nuova angoscia mi strinse: il rumore sarebbe stato inteso da qualche vicino!
L'ora del vecchio era giunta! Con un urlo insano feci scattare lo schermo della
lanterna e balzai nella stanza. Egli grido' una sola volta, una volta soltanto.
Immediatamente lo buttai a terra e gli gettai addosso il letto pesante. Allora
presi a sorridere lietamente, accorgendomi di averla fatta finita cosi' in
fretta. Ma per molti miuti il cuore seguito' a battere con un rumore soffocato.
Cio' pero' non mi turbava; nessuno poteva intenderlo di la' dalla parete.
Infine il rumore cesso'. Il vecchio era morto. Sollevai il letto ed esaminai il
cadavere. Si', era morto, morto stecchito. Posai una mano sul cuore e ve la
tenni per lunghi minuti. Non avvertii pulsazione alcuna. Il vecchio era morto
stecchito. Il suo occhio non mi avrebbe piu' ossessionato. Se ancora mi
giudicate pazzo, piu' non mi giudicherete tale quando vi avro' descritto tutti
gli accorgimenti e le precauzioni da me presi per occultare il cadavere. La
notte trascolorava rapidamente e io lavoravo in fretta e in silenzio. Per prima
cosa smembrai il corpo, gli spiccai il capo, le braccia e le gambe.
 
Divelsi quindi tre assi del pavimento della stanza e posai ogni cosa fra i
travicelli. Rimisi quindi a posto le tavole con tanta accuratezza, con tanta
astuzia, che nessun occhio umano, neppure il SUO, avrebbe potuto scorgere
alcunche' di sospetto. Non c'era da lavar via nulla, nessuna macchia di nessun
genere, nessuna traccia di sangue. Ero stato troppo guardingo per cadere in un
simile errore. Avevo raccolto tutto in un mastello... Ah! ah!
 
Quando ebbi sbrigata la mia bisogna, erano le quattro del mattino; ma ogni cosa
era ancora avvolta nelle tenebre come a mezzanotte. Non appena la campana cesso'
i suoi rintocchi intesi bussare all'uscio di strada. Scesi ad aprire col cuore
leggero: infatti che cosa avevo da temere, ORMAI? Entrarono tre uomini che si
presentarono con perfetta gentilezza come funzionari di polizia. Un vicino aveva
inteso un urlo durante la notte; aveva sospettato qualcosa di losco, aveva
riferito i propri sospetti alla questura locale, ed essi (i funzionari) avevano
avuto l'ordine di perquisire l'abitazione.
 
Sorrisi: CHE COSA avevo da temere, infatti? Pregai gli uomini di accomodarsi.
L'urlo, spiegai, era stato lanciato da me nel sonno. In quanto al vecchio era
partito per la campagna. Feci fare ai poliziotti il giro della casa. Li esortai
a cercare, a cercare BENE. Infine li condussi nela sua stanza. Mostrai loro i
suoi tesori, che erano in ordine e al sicuro. Nell'entusiasmo della mia
sicurezza portai nella stanza alcune seggiole e insistetti perche' sedessero LI'
a riposarsi dalle loro fatiche, mentre io, nella folle audacia del mio completo
trionfo, posai la mia seggiola proprio sul punto esatto sotto cui riposava il
cadavere della vittima.
 
I funzionari erano soddisfatti. I miei MODI li avevano convinti. Io ero
straordinariamente calmo. Gli uomini sedevano, e mentre io rispondevo
animatamente, essi discorrevano di argomenti familiari. Ma in breve mi sentii
impallidire e cominciai a desiderare in cuor mio che se ne andassero. La testa
mi doleva e mi sembrava che le orecchie mi rintronassero. Ma gli uomini
seguitarono a sedere e a chiacchierare. Il ronzio delle orecchie si fece piu'
distinto... Diveniva sempre piu' intenso, sempre piu' distinto: ripresi a
discorrere ancor piu' animatamente per sbarazzarmi di quella sensazione
sgradevole, ma essa continuava, e diventava anzi sempre piu' definita, finche'
mi accorsi che il rumore NON risuonava entro le mie orecchie.
 
Senza dubbio dovevo essere diventato PALLIDISSIMO, ma seguitavo a discorrere
sempre piu' animatamente, e alzando il tono della mia voce. Nondimeno il rumore
aumentava, e cosa potevo fare? ERA UN RUMORE SOMMESSO, SOFFOCATO, VELOCE;
ASSOMIGLIAVA MOLTISSIMO AL RUMORE CHE FA UN OROLOGIO QUANDO E'
AVVOLTO NEL COTONE. Ansimai: mi sentivo il fiato mozzo; e tuttavia i poliziotti
non lo avevano avvertito. Parlai ancora piu' in fretta, con irruenza ancora maggiore,
ma il rumore aumentava inesorabilmente. Mi alzai e presi a discutere di
sciocchezze, in tono di voce altissimo e gesticolando violentemente, ma il
rumore cresceva implacabile. Perche' non se ne andavano? Incominciai a
passeggiare innanzi e indietro a lunghi passi, quasiche' i discorsi di quegli
uomini mi avessero infuriato, ma il rumore cresceva, cresceva sempre. Oh, Dio!
Che cosa POTEVO fare? Schiumavo, vaneggiavo, bestemmiavo! Volsi di scatto la
seggiola su cui mi ero messo a sedere, la trascinai sulle tavole, ma il rumore
copriva ogni cosa aumentando continuamente. Si faceva sempre piu' forte, sempre
piu' forte, SEMPRE PIU' FORTE! E tuttavia gli uomini seguitavano a discorrere
piacevolmente, e sorridevano. Era mai possibile che non udissero? Dio
onnipotente! No, no! Certo che lo udivano! Sospettavano! Sapevano! Si beffavano
della mia disperazione! Questo pensai, e questo penso. Ma qualsiasi cosa era
meglio dell'angoscia mortale che mi attanagliava! Qualsiasi cosa era piu'
tollerabile di quella derisione! Non potevo piu' sopportare quei sorrisi
ipocriti! Compresi che dovevo urlare o altrimenti sarei morto! Ed ecco, ancora!
Ascoltate! Piu' forte! Piu' forte! Piu' forte! PIU' FORTE!
 
- Mascalzoni! - urlai, - smettetela di fingere! Confesso il delitto! Togliete
quelle tavole! Qui, qui! E' il battito del suo odioso cuore!"


                                                                                   E. A. Poe 

venerdì 14 settembre 2007

La maschera della morte rossa



"....Questa volta pero' alla pendola stavano
scoccando dodici colpi, e cosi' fu forse che piu' pensiero, con piu' tempo,
pote' insinuarsi nelle menti dei piu' riflessivi fra la turba dei baldorianti.
E questo fu forse anche il motivo per il quale prima che gli ultimi echi
dell'ultimo rintocco si perdettero e si smorzassero nel silenzio, piu' d'uno
tra la folla ebbe modo di avvertire la presenza di una figura mascherata che
sino a quel momento non aveva attratta l'attenzione di alcuno. Ed essendosi
rapidamente diffusa all'intorno in un sussurro la voce di questa nuova
presenza, si levo' alfine da tutta la compagnia un fremito, un mormorio,
dapprima di disapprovazione e di sorpresa... e infine di spavento, di orrore,
di disgusto.

In un'accolta di fantasmi quale io ho descritta e' facile immaginare che
un'apparizione normale non avrebbe certamente suscitato tanto scompiglio. In
realta' la licenza sfrenata di quella notte non aveva quasi limiti, ma la
figura in questione avrebbe superato in crudelta' fantastica lo stesso Erode, e
aveva persino oltrepassato i confini pure immensi della stravaganza del
principe. Anche i cuori degli esseri piu' sfrenati hanno corde che non possono
essere toccate senza che vibrino di emozione. Anche per gli esseri piu'
perduti, per i quali la vita e la morte sono ugualmente motivo di beffa,
esistono cose di cui non e' possibile beffarsi. Tutti gli astanti insomma
sentivano ormai acutamente che nel costume e nel portamento dello straniero non
vi erano ne' spirito ne' decenza. La figura era alta e scarna, e avvolta da
capo a piedi nei vestimenti della tomba. La maschera che ne nascondeva il viso
era talmente simile all'aspetto di un cadavere irrigidito che anche l'occhio
piu' attento avrebbe stentato a scoprire l'inganno. Eppure tutto cio' avrebbe
potuto essere sopportato, se non approvato, dai gaudenti forsennati che si
aggiravano per quelle sale: ma il travestimento aveva spinto tant'oltre la
sfrontatezza da assumere le sembianze della "morte rossa". Le sue vesti erano
intrise di SANGUE, e la sua vasta fronte e tutti i lineamenti della sua faccia
erano spruzzati dell'orrore scarlatto.

Allorche' gli occhi del principe Prospero caddero su questa spettrale immagine
(che con movimenti tardi e solenni, come per meglio sostenere il proprio ruolo,
si aggirava tra i danzatori) lo si vide contorcersi, a un primo momento, in un
lungo brivido forse di terrore, forse di disgusto; ma subito dopo la sua fronte
si invermiglio' di collera.
- Chi osa? - domando' con voce rauca ai cortigiani che lo attorniavano, - chi
osa insultarci con questa irrisione sacrilega? Prendetelo e smascheratelo,
affinche' possiamo sapere chi impiccheremo all'alba ai merli del nostro
castello!

Quando proferi' queste parole il principe Prospero si trovava nella stanza
turchina, ovvero la stanza orientale. Esse rimbombarono alte e chiare per tutte
le sette stanze, poiche' il principe era un uomo vigoroso e forte, e a un cenno
dela sua mano la musica si era taciuta.

Nella stanza turchina stava il principe, attorniato da un gruppo di cortigiani
pallidi. A tutta prima, non appena egli ebbe parlato, questo gruppo ebbe un
lieve moto irrompente in direzione dell'intruso, il quale in quell'attimo si
trovava pure vicino e ora con passo solenne e deciso si approssimava ancor piu'
al principe. Ma per un misterioso innominato terrore che l'aspetto pauroso
della maschera aveva ispirato a tutti i presenti, nessuno oso' stendere una
mano per afferrarla, cosicche' lo sconosciuto pote' passare a un metro di
distanza dalla persona del principe senza che alcuno lo trattenesse, e mentre
la folla, come colta da un unico subitaneo impulso, si ritraeva dal centro
delle stanze verso le pareti, egli prosegui' indisturbato nel proprio cammino,
ma sempre con quel passo maestoso e misurato che lo aveva distinto sin dal
primo momento, attraverso la stanza turchina a quella purpurea, dalla stanza
purpurea alla verde, dalla stanza verde alla stanza arancione, e poi alla
bianca, e da questa si spinse persino nella stanza violetta, prima che venisse
fatto un movimento risoluto per fermarlo. Fu allora pero' che il principe
Prospero, accecato di collera e vergognoso per la propria momentanea codardia,
si butto' precipitosamente attraverso le sei stanze, non seguito da alcuno,
causa il terrore mortale che aveva raggelato tutti quanti i presenti. Impugnava
alta sul capo una spada sguainata, e si era avvicinato, rapido, impetuoso, a
pochissimi passi dalla figura, retrocedente, quando questa, giunta
all'estremita' della stanza di velluto, si volse bruscamente e affronto' il
proprio inseguitore. Si intese un grido lacerante, e la spada si abbatte' in
uno sfavillio sul nero del tappeto, sopra il quale, un attimo dopo, cadde
prostrato nella morte il principe Prospero. Allora, raccogliendo in se' il
folle coraggio della disperazione, un gruppo di baldorianti si precipito' nella
stanza nera e afferro' il travestito, la cui alta figura stava eretta e
immobile entro l'ombra della pendola d'ebano, ma un gemito di indicibile orrore
usci' dai loro petti quando essi si accorsero che le vesti funerarie e la
maschera cadaverica che avevano strette con tanta violenta rudezza non
contenevano alcuna forma tangibile.

E allora tutti compresero e riconobbero la presenza della "morte rossa" giunta
come un ladro nella notte, e a uno a uno i gaudenti giacquero nelle sale
irrorate di sangue delle loro gozzoviglie, e ciascuno mori' nell'atteggiamento
disperato in cui era caduto. E la vita della pendola d'ebano si estinse con
quella dell'ultimo dei baldorianti. E le fiamme dei tripodi si spensero. E
l'Oscurita', la Decomposizione e la Morte rossa regnarono indisturbate su
tutto." 
                                                                                        E. A. Poe 

mercoledì 12 settembre 2007

Creep


  
"Quando tu eri qui prima 

non riuscivo a guardarti negli occhi 
tu sei proprio come un angelo 
la tua pelle mi fa piangere 
tu fluttui come una piuma 
in un mondo meraviglioso 
Io avrei voluto essere speciale 
tu sei così maledettamente speciale
ma sono una persona sgradevole, 

sono uno strano 
cosa diavolo sto facendo qui? 
io non appartengo a questo posto
non importa se ferisce 

io voglio avere il controllo 
voglio un corpo perfetto 
voglio un'anima perfetta 
voglio che tu noti 
quando non sono in giro 
tu sei così maledettamente speciale 
Io avrei voluto essere speciale
ma sono una persona sgradevole, 

sono uno strano 
cosa diavolo sto facendo qui? 
io non appartengo a questo posto
lei corre fuori dalla porta 

lei sta correndo 
lei corre,...
Qualunque cosa ti rende felice 

tutto ciò che vuoi 
tu sei così maledettamente speciale 
Io avrei voluto essere speciale
ma sono una persona sgradevole, 

sono uno strano 
cosa diavolo sto facendo qui? 
io non appartengo a questo posto" 


martedì 28 agosto 2007

La sera del dì di festa


"Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core."  

                                         G. Leopardi


lunedì 27 agosto 2007

Il passero solitario


"D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vóto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirornmi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro."    

                                               G. Leopardi 


 

lunedì 13 agosto 2007

Dualismo



"Son luce ed ombra; angelica
farfalla o verme immondo
sono un caduto cherubo
dannato a errar sul mondo,
o un demone che sale,
affaticando l’ale,
verso un lontano ciel.

Ecco perché nell’intime
cogitazioni io sento
la bestemmia dell’angelo
che irride al suo tormento,
o l’umile orazione
dell’esule dimone
che riede a Dio, fedel.

Ecco perché m’affascina
l’ebbrezza di due canti,
ecco perché mi lacera
l’angoscia di due pianti,
ecco perché il sorriso
che mi contorce il viso
o che m’allarga il cuor.

Ecco perché la torbida
ridda de’ miei pensieri,
or mansueti e rosei,
or violenti e neri;
ecco perché con tetro
tedio, avvincendo il metro
de’ carmi animator.

O creature fragili
dal genio onnipossente!
Forse noi siamo l’homunculus
d’ un chimico demente,
forse di fango e foco
per ozioso gioco
un buio Iddio ci fe’. 

E ci scagliò sull’umida
gleba che c’incatena,
poi dal suo ciel guatandoci
rise alla pazza scena
e un dì a distrar la noia
della sua lunga gioia
ci schiaccerà col pie’.

E noi viviam, famelci
di fede o d’altri inganni,
rigirando il rosario
monotono degli anni,
dove ogni gemma brilla
di pianto, acerba stilla
fatta d’acerbo duol.

Talor, se sono il demone
redento che s’india,
sento dall’alma effondersi
una speranza pia
e sul mio buio viso
del gaio paradiso
mi fulgureggia il sol.

L’illusion-libellula
che bacia i fiorellini,
scoiattolo
che danza in cima i pini,
fanciulla
che trama e si trastulla
colle fibre del cor,
viene ancora a
sorridermi
nei dì più mesti e soli
e mi sospinge l’anima
ai canti, ai carmi, ai voli;
e a turbinar m’attira
nella profonda spira
dell’estro ideator. 

E sogno un’Arte eterea
che forse in cielo ha norma,
franca dai rudi vincoli
del metro e della forma,
piena dell’Ideale
che mi fa batter l’ale
e che seguir non so. 

Ma poi, se avvien che l’angelo
fiaccato si ridesti,
i santi sogni fuggono
impauriti e mesti;
allor, davanti al raggio
del mutato miraggio,
quasi rapito, sto:

e sogno allor la magica
Circe col suo corteo
d’alci e di pardi, attoniti
nel loro incanto reo.
E il cielo, altezza impervia,
derido e di protervia
mi pasco e di velen.

E sogno un’Arte reproba
che smaga il mio pensiero
dietro le basse immagini
d’un ver che mente al Vero
e in aspro carme immerso
sulle mie labbra il verso
bestemmiando vien.

Questa è la vita! L’ebete
vita che c’innamora,
lenta che pare un secolo,
breve che pare un’ora;
un agitarsi alterno
fra paradiso e inferno
che non s’accheta più!

Come istrion, su cupida
plebe di rischio ingorda,
fa pompa d’equilibrio
sovra una tesa corda,
tal è l’uman, librato
fra un sogno di peccato
e un sogno di virtù."   
  
                               A. Boito
 

lunedì 16 luglio 2007

Starlight


 "Far away 
This ship is taking me far away 
Far away from the memories 
Of the people who care if I live or die

Starlight 

I will be chasing your starlight 
Until the end of my life 
I dont know if it’s worth it anymore

Hold you in my arms 

I just wanted to 
Hold you in my arms

My life 

You electrify my life 
Let's conspire to ignite 
All the cells that would die just to feel alive

I’ll never let you go 

If you promise not to fade away 
Never fade away...

Our hopes and expectations 

Black holes and revelations 
Our hopes and expectations 
Black holes and revelations

Hold you in my arms 

I just wanted to 
Hold you in my arms

Far away 

This ship is taking me far away 
Far away from the memories 
Of the people who care if I live or die

I’ll never let you go 

If you promise not to fade away 
Never fade away...

Our hopes and expectations 

Black holes and revelations 
Our hopes and expectations 
Black holes and revelations

Hold you in my arms 

I just wanted to 
Hold you in my arms..." 

sabato 2 giugno 2007

Ecce Homo



"Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme - una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite"      

                  
                                                                                                         F. Nietzsche